Dai Samurai alle passerelle
Il viaggio in Giappone di Elena è stato d’ispirazione anche per me che scrivo di storia della moda e, cogliendo la palla al balzo, sono andata ad approfondire meglio la cultura Giapponese. Tra Kimono, Samue (abito tradizionale indossato dai monaci zen durante i lavori manuali) e Geta (calzature tradizionali in legno), ho deciso di raccontarvi qualcosa in più sull’Hakama. Non sono pantaloni, ma non sono nemmeno una gonna. Questo indumento appartiene a quella categoria incategorizzabile di capi che sfidano le definizioni: sono pantaloni con pieghe così profonde che li fanno assomigliare a una gonna e parlano un linguaggio contemporaneo fatto di minimalismo, workwear (riallacciandoci all’articolo del mese scorso sulla giacca da lavoro) e fluidità di genere.
Partiamo dalla storia però. Siamo nell’epoca Heian, quella che in Giappone inizia nel 794 quando l’Imperatore Kammu sposta la capitale nella moderna Kyoto. Non sono arrivati al giorno nostro dei manufatti tessili conservati, ma dai libri si ha modo di comprendere quali fossero le usanze in fatto di abbigliamento in quel periodo. I costumi di corte vengono inizialmente copiati da quelli cinesi di epoca Tang e i tessuti importati dalla Cina ma quando poi, nell’894, il Giappone interrompe i rapporti con la Terra del Drago, tra le élite inizia a svilupparsi un esclusivo stile giapponese, e il kosode, il precursore del kimono, diventa l’indumento principale indossato a corte sia dagli uomini che dalle donne. Per tutta l’epoca Heian, fino al 1185 circa, l’etichetta di corte prescrive un abbigliamento composto da un indumento intimo (juban o nagajuban), una sorte di sottoveste/kimono leggero che serve a proteggere il kimono vero e proprio, il kimono che è lo strato principale, quello che è sotto gli occhi di tutti e appunto, l’hakama, che si indossa sopra al kimono e legato con le sue lunghe fasce. In questi anni, sia la tenuta quotidiana che quella da cerimonia, prevede appunto un hakam bianco, di un tessuto diverso rispetto a quello usato per la parte superiore del corpo. Con il passare del tempo l’hakama smette di essere usato come indumento ordinario – per le donne – e diventa invece parte integrante dell’abbigliamento dei samurai.
Con il passare degli anni e come spesso succede nella moda per il fenomeno chiamato trickle-down – che descrive la diffusione dei nuovi stili dall’alto verso il basso della struttura sociale -, durante l’epoca Meiji l’hakama diventa un indumento di uso corrente, soprattutto nelle classi intermedie e viene utilizzato per recarsi al lavoro o a scuola. Esistono due tipi diversi di hakama: quello con le gambe divise – spesso usato per cavalcare – e quello senza gambe, molto più simile a una gonna. Ha 4 cinghie, due lunghe davanti e due più corte dietro e nel retro ha un supporto rigido chiamato koshi ita che viene inserito nella cintura (obi). Con l’occidentalizzazione del Giappone nell’Ottocento, l’hakama sparisce quasi del tutto dall’uso quotidiano, ma resiste in contesti rituali e spirituali: ancora oggi viene indossato dai praticanti di arti marziali come kendo, aikido e kyudo, o i sacerdoti shintoisti durante le cerimonie. Anche nelle lauree universitarie giapponesi è tradizione che le studentesse lo scelgano come abito formale, unendo modernità e memoria.
Come spesso accade, la storia diventa fonte di ispirazione negli anni Ottanta per stilisti come Yohji Yamamoto, Issey Miyake e Comme des Garçons che segnano la nascita della cosidetta “avanguardia giapponese” nella moda. Viene spesso reinterpretato grazie soprattutto alla sua natura genderless che si adatta perfettamente all’estetica degli stilisti giapponesi, da sempre desiderosi di superare le categorie tradizionali di genere e forma. Questo capo ci ricorda come la moda non sia solo e sempre estetica ma soprattutto linguaggio, simbolo e storia. L’hakama racconta di un viaggio unico, di un Giappone che sa custodire le proprie tradizioni e reinventarle, trasformandole in ispirazione per il mondo intero.






