Storia della moda

Il più piccolo costume da bagno al mondo: il bikini!

Quale momento migliore per scoprire insieme la storia del bikini se non il mese di agosto? I ritmi rallentano, le cicale accompagnano i nostri pomeriggi e noi che non stiamo mai fermi, pensiamo già alle novità di settembre (ma soprattutto a quelle della prossima estate)! Ma torniamo a noi e al capo atomico per eccellenza, il costume a due pezzi. Probabilmente per la maggiorparte di voi che leggono questo articolo, è naturale pensare di avere una possibilità di scelta sul costume da indossare al mare, intero, due pezzi o anche tre pezzi, ma fino agli anni ’50 (quindi non proprio secoli fa) non era così. Con lo sviluppo del concetto di tempo libero degli anni ’20 e ’30 e la crescente popolarità delle vacanze al mare, le donne abbandonano i pesanti abiti da bagno dell’epoca vittoriana per indossare costumi in lana (eh si, in lana) più aderenti e capaci di delineare meglio la figura. Ma è solo con l’avvento del Lastex (una fibra sintetica, satinata ed elastica) che i costumi da bagno diventano attillati, grazie alla robustezza del filamento usato che è in grado di definire bene il corpo.

Come per quasi tutte le invenzioni che si rispettino, anche il bikini ha due persone che si contendono il primato: lo stilista francese Jacques Heim e l’ingegnere meccanico svizzero Louis Réard. È il 1932 quando Heim crea Atome, “il più piccolo costume da bagno al mondo” come da lui stesso dichiarato. Questo modello scopre le anche ma non l’ombelico grazie a una fascia di tessuto orizzontale. Per gli standard dell’epoca viene ancora considerato abbastanza casto e non desta particolari problemi, tranne il fatto che erano in pochissime a indossarlo.

La nostra storia ha uno stop obbligato causato dalla Seconda Guerra Mondiale, ma basta aspettare il 5 luglio 1946 perché si compia la rivoluzione! L’ingegnere meccanico con la passione per la moda Louis Réard presenta ufficialmente il bikini a Parigi, presso la piscina Molitor. Il nome “bikini” è ispirato dall’atollo di Bikini nelle Isole Marshall, dove solo pochi giorni prima gli Stati Uniti avevano effettuato test atomici. Non è stato affatto facile trovare una modella disposta a indossare il costume per la sfilata, visto che la maggior parte delle donne lo riteneva troppo scandaloso. Fu così che Réard assume Micheline Bernardini, ballerina del Casino de Paris nota per le sue esibizioni di nudo e la scelta si rivela più che vincente. Il modello di costume è meno comprente di quello di Heim, studiato per favorire l’abbronzatura, composto da due triangoli a coprire i seni e altri due per il pezzo di sotto, tenuti insieme da laccetti. Giudicato indecente, nei Paesi cattolici come Spagna, Portogallo e Italia viene messo al bando e guardato con un certo disgusto per molto tempo. Pensate che nel 1950, l’allora ministro degli Interni Mario Scelba, fa setacciare le spiagge ai poliziotti per verificare che le misure dei costumi femminili fossero “consone alla decenza”.

In pochi anni, e grazie all’avvento degli anni Sessanta e al nuovo permissivismo sessuale, il bikini riesce a rompere definitivamente le barriere sociali. Nuovi tessuti, supporto delle generazioni più giovani ed endorsement delle star di Hollywood riescono a sfondare il muro del pudore, sdoganando per sempre il costume da bagno trasformandolo da simbolo di immoralità a strumento di liberazione del corpo femminile. Il film che segna la svolta definitiva nell’accettazione del costume a due pezzi è del 1962, Agente 007 – Licenza di uccidere. L’attrice Ursula Andress e la sua celebre uscita dall’acqua fanno impazzirre il pubblico. La scena diventa così tanto mitica che nel 2001 il bikini bianco viene messo all’asta da Christie’s e battuto per 60.000 sterline.